Alberto Pellegrino
I migliori anni della nostra vita

Avete visto il filmato girato da Lizzani sull’eccidio delle fonderie di Modena del 1950? La bara di una delle vittime, mi sembra quella di Arturo Chiappelli, era portata da un gruppo di ferrovieri e tra loro riconobbi Aldo. Nel 1948 avevo vent’anni; figlio di mezzadri di Sassuolo, famiglia cattolica, ero avventizio nella stazione delle ferrovie, facevo il deviatore. A quei tempi si lavorava 56 ore settimanali, tanti i turni notturni; gli scambi si giravano a mano ed era necessario un lavoro a squadre; Aldo, così si faceva chiamare, era un capo squadra, aveva circa trent’anni. La prima volta che lavorammo assieme rimasi sorpreso: aveva in tasca un giornale; io l’avevo sempre visto in mano ad agrari, professionisti, qualche impiegato. Nei momenti di pausa discutevamo; ad Aldo piaceva molto commentare le vicende della politica, lo faceva come un professore di storia: il colpo di stato in Cecoslovacchia, la guerra civile in Grecia, la questione di Trieste, il piano Marshall, e citava dei libri. Un giorno pensai di avere la domanda giusta per metterlo in difficoltà: “Ma tu credi che l’URSS sia quel paradiso che racconta l’Unità?” e Aldo rispose che la politica non è utopia. Presto capii che non ero a fianco di un comunista dell’ultima ora. Diciottenne durante la guerra civile spagnola, arruolato nel genio ferrovieri, nel ’41 era stato spedito in Jugoslavia; ferito dai partigiani di Tito era riuscito a tornare a Modena ed a lavorare in stazione. Raccontavano che dopo l’8 settembre aveva avuto un lasciapassare tedesco per lavorare in tutte le fasce orarie, un arbeits ausweis, ma che avesse già contatti con dei gappisti, e che in ottobre avesse fatto da base per una loro azione in stazione: avevano distrutto un locomotore.
Aldo portava con sé anche La Verità, settimanale della federazione comunista di Modena. Un giorno, nella rubrica Cineteca, c’era la presentazione di un film americano, Odio implacabile; c’era scritto che aveva vinto, al Festival Internazionale di Cannes, il premio per i film a contenuto sociale, e che le agenzie di distribuzione lo boicottavano perché il regista era accusato di attività antiamericana. Il pomeriggio io dovevo andare sempre dal segretario di stazione, dicevano che era stato tenente della X Mas, attendere che lui fosse disponibile, chiedergli che turno avrei dovuto fare l’indomani, aspettare la risposta. Quel giorno nella sala d’attesa di prima classe vidi che qualcuno aveva lasciato un quotidiano; mi guardai attorno, lo presi, lo misi sotto la tuta e tornai sul piazzale. Era la Gazzetta di Modena e aveva una recensione di Odio implacabile; c’era scritto che il film non era un’opera d’arte e non riusciva ad essere di educazione sociale. Andai a vederlo, era in programmazione al cinema Centrale. Il film è un giallo: è la storia di quattro soldati americani tornati in patria al termine della guerra che faticano a riprendere la vita normale. Il colpevole dell’omicidio, ancora in divisa militare dell’esercito liberatore, è preda di un odio implacabile nei confronti degli ebrei; rappresenta un tipo umano aggressivo, intollerante, animato dai peggiori pregiudizi; la guerra è finita e lui non riesce a finirla con la violenza. Raccontai il film ad Aldo; lui mi rispose che quei tipi come il protagonista del film sono molto pericolosi e diffusi nei momenti di crisi, di passaggio.
Incominciai a comprare la Gazzetta, anche se non tutti i giorni. Guglielmo Zucconi era il nuovo direttore che aveva sostituito Enrico Cacciari, capo del partito fascista del littorio, condannato a dieci anni. Le prime volte che portai il giornale al lavoro ero un po’ a disagio. Quando capitavo in turno con Aldo dava un’occhiata al mio giornale, leggeva attentamente gli articoli di Medici, senatore diccì di Sassuolo, sui problemi dell’agricoltura. Io sul suo giornale un giorno lessi le biografie del sindaco Corassori e del segretario della federazione modenese del piccì: Leonida Roncagli; erano una accanto all’altra, con le foto. I due erano nati nello stesso anno, 1903, tutti e due avevano fatto lavoro politico clandestino a Milano, erano stati al confino, in carcere e avevano ricoperto ruoli direttivi nella liberazione, Corassori a Modena, Roncagli a Firenze; Aldo li conosceva. Lui cercava di raccogliere informazioni sui giovani; secondo lui il partito nuovo sarebbe nato dai giovani, e una volta ripeté una frase di Togliatti pronunciata in una conferenza: “Bisogna fare avanzare gli elementi giovani, e quando essi commettono errori bisogna criticarli, ma in modo che li incoraggi”, e continuò sottovoce con me: «Secondo me Togliatti in quella conferenza è stato messo in minoranza.» Un giorno mi chiese cosa sapessi di Vinicio Vecchi, giovane eletto nel consiglio comunale nelle liste del piccì, mio vicino di casa, in via San Faustino. Gli raccontai che Vecchi aveva fatto amicizia con Mario Pucci, assessore all’urbanistica, senatore piccì e architetto razionalista; aveva ripreso gli studi di architettura a Milano ed era molto impegnato nella costruzione della Casa del Popolo di San Vito.
A fine marzo ci fu l’esito del processo a Franz Pagliani, medico e famigerato comandante della Brigata Nera a Modena. La caserma della Brigata, ai tempi della Repubblica di Salò, era nella zona di Rua Muro ed era stata bombardata, lui era sopravvissuto. Qualche mio compagno di lavoro lo ricordava quando passeggiava con fare arrogante sotto i portici del Collegio. Era stato condannato solo per collaborazionismo a 24 anni, 16 condonati; gli otto anni di carcere di Pagliani furono un argomento ricorrente durante la campagna elettorale di aprile; la Gazzetta scrisse che otto anni di carcere a fronte degli omicidi dei quali Pagliani era responsabile erano una beffa. In quei giorni in molti urlarono la loro rabbia.
Com’era Modena alla vigilia del voto? Mi ricordo che il Portico del Collegio, colpito da una bomba nell’angolo lato Bologna, era ancora da restaurare, così come era da ricostruire il mercato bestiame; allora era collocato dove adesso c’è l’Istituto Tecnico Barozzi. Le corriere sostavano nel Largo S. Agostino; le persone anziane, ospitate nell’ex Albergo dei Poveri estense diventato casa di riposo, normalmente si sedevano sui gradini dell’ingresso della Chiesa e guardavano i passanti. E le sale dei cinema erano strapiene. Mi chiedevo: cos’era il piccì? Corassori e Roncagli che erano stati rivoluzionari di professione finiti nelle carceri fasciste e partigiani, la lotta per la riforma agraria, Togliatti, o il mito dell’URSS? Cos’era la diccì? I partigiani Gorrieri e Paganelli, la promessa della terra in proprietà, le preghiere in chiesa per sostenere il voto anticomunista o il piano Marshall e l’America? Alla fine mi convinsi che l’Italia il 18 aprile era a un bivio come diceva un manifesto dei Comitati Civici: il manifesto indicava da una parte una brusca svolta a sinistra verso agitazioni, guerra e miseria e dall’altra, in fondo a una strada lunga rettilinea e più chiara, chiesa, famiglia e lavoro; aveva una grafica moderna, anche se purtroppo usava argomenti religiosi per fini politici, e non condividevo questa commistione. E avete presente quel manifesto del Fronte Popolare dove un Garibaldi che richiama la figura dello zio Sam, ti indica e dice: se voti per me voti per te? Efficace come slogan, la propaganda deve essere sintetica, mi sembrò un cedimento all’individualismo, un messaggio senza speranza. Il Fronte capì anche la potenza dell’industria cinematografica hollywoodiana e gli dedicò un volantino; nulla da fare. Non votai, avrei raggiunto il diritto di voto l’anno successivo. Non fui sorpreso dai risultati elettorali; anche Aldo, ma lui era un po’ deluso dalle percentuali di voti del Fronte; ambedue ci sentivamo all’inizio della Repubblica.
C’è un punto significativo della storia di Modena del ’48 nel film di Lizzani Modena, una città dell’Emilia rossa. Si vedono le immagini infernali della vecchia fabbrica del gas; il mercato della miseria del lunedì nell’area dell’ex Cittadella; Pucci che illustra il progetto del nuovo mercato bestiame; il congresso della Costituente della Terra, di cui spesso Aldo mi aveva parlato assieme alla vertenza mezzadrile che tanto trambusto causò nel piccì, tenuto al Palazzo dello Sport; le colonie estive comunali sull’Appennino o al mare; Ascari che collauda il nuovo Aerautodromo, la piccola Indianapolis d’Europa; mi sono arrampicato anch’io sul muretto che circondava la pista per vedere le Ferrari, quando si sentiva il loro rombo e quando non c’erano vigili pronti a farti scendere perché era pericoloso star seduti lì sopra. L’anno prima una parte di quell’area era stata assegnata alla cooperativa braccianti di S. Faustino; a pochi passi dalla Ghirlandina si era passati dal frumento ai motori da corsa! Quel film racconta con un linguaggio vecchio, da Istituto Luce, il clima di entusiasmo che si respirava a Modena anche dopo il 18 aprile.
Un giorno, in luglio, qualcuno mi disse che Aldo aveva accompagnato all’una di notte Triva, il vice sindaco (era un ferroviere, lo sapete?) a tenere un comizio davanti alla Bocciofila Villa d’Oro, alla Crocetta. Una pattuglia di polizia aveva chiesto i documenti di riconoscimento ad un centinaio di persone presenti e contestato a Triva di tenere un comizio non autorizzato. Il giorno dopo ci fu l’attentato a Togliatti e due giorni di sciopero generale. Eravamo già alla fine della Repubblica? Il sindacato dei ferrovieri aveva in corso una vertenza contrattuale. Partecipai allo sciopero e andai in piazza; alla fine del comizio ci furono scontri con la polizia, decine di feriti e di arresti, una vera guerriglia per le strade della città. Quando la CGIL confermò che lo sciopero sarebbe finito al secondo giorno, subì parecchie contestazioni da chi pensava fosse giunta l’ora della rivoluzione, e molti ferrovieri non erano contenti della conclusione dello sciopero perché non erano stati conquistati né gli aumenti salariali e le otto ore di lavoro né i Consigli di Gestione. Tornato al lavoro capii che le due giornate di sciopero erano state una guerriglia anche in stazione. Il blocco dei treni, improvviso, creò problemi con i viaggiatori; le discussioni di tutti su tutto si ripetevano ad ogni cambio turno; qualche ferroviere non sostenitore del Fronte polemizzò aspramente; i dirigenti insistevano con gli indecisi e cercavano di sostituire gli scioperanti per tentare di far circolare comunque qualche treno. Insomma, i ferrovieri come Aldo avevano organizzato lo sciopero ed erano rimasti in stazione a lavorare per la sua riuscita, erano un altro mondo.
Il percorso della Repubblica era duro, difficile, non me lo aspettavo! I provvedimenti disciplinari fioccarono più di prima, e i turni di notte erano sempre più lunghi e pesanti. Non feci domanda per il rinnovo del contratto, probabilmente non me lo avrebbero rinnovato. A me piaceva sempre più quando al cinema si spegnevano le luci e tutti in silenzio aspettavamo l’inizio del film, immersi nel buio entravamo in un altro mondo. Faticai a trovare un lavoro; per un po’ non andai al cinema né comprai il giornale. Mi andò bene: agli inizi degli anni ’50 facevo già il proiezionista nei cinema; non era certo il lavoro di un deviatore in mezzo allo scalo merci d’estate o d’inverno! Nel buio della cabina durante la proiezione guardavo e riguardavo il film in programmazione e leggevo tutto quello che trovavo sul cinema. Con la sua inaugurazione lavorai fisso al cinema Olympia; gli architetti erano stati Mario Pucci e Vinicio Vecchi che non abitava più vicino a casa mia. Com’era bello! Il suo schermo era allora il più grande dei cinema italiani. L’atrio era elegante, lo spazio per la cassa sembrava una pellicola nel mezzo di un mosaico con immagini stilizzate delle figure del mondo del cinema. Ma veramente quel mosaico corre il rischio di essere distrutto?
Quando riconobbi Aldo nel vecchio filmato sull’eccidio del ’50 lo andai a trovare a casa sua. Dall’inizio degli anni ’60 lavoravo al cinema Principe; con la sua costruzione la nuova architettura di Vinicio Vecchi era calata dal cielo come una grande stazione spaziale dentro la cerchia dei viali: fu un evento per la città. Aldo si ricordava quando la notte tra un treno e l’altro mangiavamo qualcosa portata da casa, nelle notti di primavera quando lucevan le stelle, o in cabina quando potevamo metterci al riparo da pioggia, freddo e neve; quando un nostro collega di lavoro che aveva votato monarchia al referendum del ’46 si era addormentato nel chiuso di un carro merci e noi lo agganciammo ad un treno in partenza, e lui, il Savoia, si svegliò nello scalo di Bologna Ravone e ci furono provvedimenti disciplinari per tutti; quando, terminato da poco lo sciopero generale per l’attentato a Togliatti, un nostro collega manovratore fece di notte il giro della stazione in bicicletta avvolto in un gran tricolore perché Bartali aveva vinto il Tour e tutti lo applaudimmo, e in quell’occasione non ci furono provvedimenti disciplinari; quando qualcuno di notte ritagliò con una lametta tutte le cifre salvo gli zero di una striscia paga, prima che la consegnassero ad un collega che si lamentava sempre di non guadagnare niente a fine mese: lo chiamavano Zero. Così, grazie alla memoria di Aldo, ho ritrovato le notti perse.
Ritrovai anche l’entusiasmo del nostro comune nel ’48: Aldo si ricordava di aver visto proprio quell’anno I migliori anni della nostra vita all’Odeon, un film americano che aveva vinto parecchi premi Oscar, e aveva avuto un gran successo di pubblico; un enorme cartellone che lo pubblicizzava era stato posto davanti alle macerie dei portici del Collegio. La trama del film: tre reduci della seconda guerra al ritorno nella loro città faticano a riprendere la vita normale, anzi non vogliono ritornare alla vita di prima, pensano che chi è rimasto a casa non abbia capito quel che è accaduto in guerra, e quel che la guerra ha rivelato. «Bèda vè, i migliori anni» disse Aldo «non appartengono sempre al passato e alla gioventù, non sono solo l’oggetto della nostalgia, possono ripetersi.» I migliori anni sono quando una comunità, una generazione, un gruppo impegna tutte le proprie energie per superare le difficoltà presenti, tenendo conto di ciò che ha alle spalle e che magari è tragico, senza far finta che non sia accaduto.

Da molti anni lavoro per una società di comunicazione, a Milano; immagini e cortometraggi sono il mio mestiere. Ricerco con l’immaginazione la realtà. Provo orrore per tante cose del presente e temo che all beautiful things come to an end ed allora guardo filmati e foto della nostra città; cerco volti conosciuti e non, immagino mille possibili itinerari delle loro vite. In questi giorni sono molto attratto dalle foto del giorno della liberazione di Modena, in particolare quella ad un gruppo di partigiani in armi davanti al cinema Vittoria, in via Emilia Centro; sembra che alle loro spalle ci siano degli spettatori che cautamente si sporgono per vedere meglio.