Sonia Varroni
LA COSTITUZIONE ATTRAVERSO GLI OCCHI DI UN BAMBINO

È un pomeriggio di agosto, mi aggiro per le vie della città, con un caldo caliginoso, un vapore ottundente che si solleva lento dai marciapiedi e dona alle cose un’apparenza di eternità, come in una natura morta di Morandi. Le strade sono più quiete o fingono d’esserlo, stordite anche loro dalla teoria estiva di mancati calpestii. Chiudo gli occhi un momento e subito tanti ricordi riaffiorano dagli angoli della mia memoria e immagino… Perché l’immaginazione è quella «cosa» strana che spunta proprio tra i frammenti del cuore, tra i brandelli delle rimembranze… Leggenda e tradizione mi rimandano immediatamente all’epopea di Modena, ai piccoli e grandi eventi che hanno caratterizzato la mia città tra il 1947 e il 1948. Modena nel 1948 era una città decisamente diversa da quella che conosciamo oggi come una provincia ricca, operosa e pacifica dove le varie ideologie politiche convivono in nome del quieto vivere e del progresso economico e sociale.
Nel 1948 invece, si toccava con mano una realtà politico-rurale molto conflittuale. Modena era un vero agone politico e il clima era molto teso per la campagna elettorale in corso. La città era alle prese con i più elementari servizi e con una vasta disoccupazione, ma per nulla rassegnata, pensava ad investire per assicurare un futuro migliore ai suoi abitanti reduci da una guerra disastrosa e da una feroce dittatura. E tutto questo nell’anno 1948, l’anno del debutto di una grande protagonista: la Costituzione Italiana determinata a far sì che il suo bagliore non si spegnesse tanto facilmente, così da portare la luce della speranza agli italiani.
La Costituzione, «quella cosa» che mette tutti sullo stesso piano, spiegava Jacopo che all’epoca aveva appena 10 anni alla nonna Norma, che lo ascoltava molto attentamente, al rientro da scuola, dopo la lezione che la maestra aveva tenuto proprio sulla Costituzione nell’ora di Educazione Civica. Jacopo è stato un bambino molto dolce, molto timido e introverso e molto provato dagli orrori della guerra. Ancora oggi arrossisce invece di rispondere quando gli si presentano situazioni di leggero imbarazzo. È una sfumatura di acquerello sulle guance, un tocco intimo, impudico e pungente che vale quanto una conferma. Fatto così raro in un adulto, che in più è un uomo, tenace residuo dell’infanzia. Nonna Norma, un donnino con il viso largo e la pappagorgia e l’ingenuità e il candore di un bambino. E in questa allegoria della nonna e del bambino che seguono percorsi paralleli avanzando nella nebbia di una incomprensibile guerra, schivando numerosi ostacoli, ognuno proteso verso un obiettivo che ignora ma che rappresenterà il compimento del proprio destino si dipana la vita dell’uomo. Jacopo durante la guerra faticava a frequentare la scuola, il luogo privilegiato a quei tempi per incontrare i suoi amici, per questo era sempre malinconico e ha imparato il gusto della solitudine. Quel suo piccolo mondo sia pure con tutte le difficoltà era un mondo meraviglioso perché fatto di piccole cose, ma tutte importanti. Un bambino un po’ solo si inventa degli incontri per poterli attendere e se ne ha voglia può dilatare la durata del giorno in modo da accumulare un numero sufficiente di quegli incontri. Tra questi, quello immancabile con la nonna Norma con la quale aveva instaurato un rapporto di complicità, un legame esclusivo in cui nessun altro poteva intromettersi.
«Nonna, la maestra ci ha spiegato che la Costituzione parla di noi e ci ha illustrato il significato della parola democrazia, perché l’Italia, oggi, è una repubblica democratica, lo sai? Ti spiego: democrazia è la casa di tutti, una grande casa, anche la nostra casa, nonna, dove ciascuno non sta da solo ma dove si vive in buona compagnia. Non una reggia dove il re comanda, ma una casa di gente che sceglie tra le cose buone e quelle cattive. Una grande casa dove ci si parla, aperta a nuove idee e a nuovi amici, dove si impara a diventare liberi, dove si prova ad essere felici. La maestra ci ha spiegato che questa grande casa è stata costruita lentamente da uomini e donne, quindi anche da te, nonna, e che in questa grande casa nessuno è il capo, ma poiché tutti insieme non si può governare perché si è in troppi e si farebbe solo confusione, sono i cittadini che scelgono poche persone per farle governare a nome di tutti e chi ci governa pensa e fa le leggi per fare stare meglio tutti quanti. Ognuno ha diritti e doveri perché la libertà è un lavoro, un gioco insieme ad altri e non da soli, un canto che si canta tutti in coro. E dentro la libertà ci sono leggi che salvano i diritti di ciascuno: togliere o calpestare altri diritti è un diritto che non ha nessuno. Così, per esempio, quando le persone fanno delle preferenze tra i bambini come quando viene privilegiato un bambino perché i genitori sono molto conosciuti o perché è il figlio della persona più importante della città, in questi casi la Costituzione viene maltrattata. Nonna, mi hai ascoltato? Hai compreso il senso della democrazia? Per fortuna che ci sono io a spiegarti le cose ma i grandi non ascoltano i bambini, a loro non importa quello che pensano i bambini e in questo sbagliano e sbagliano molto. Come possono i bambini imparare, crescere e diventare grandi se gli adulti non li ascoltano? Se tu, nonna, non mi ascolti, non puoi sapere cosa penso e se non sai cosa penso non mi puoi insegnare nulla che mi serva per la vita e non puoi aiutarmi a scegliere cosa farò da grande. Perché io da grande voglio fare il pilota, il pilota della Ferrari.»
Jacopo aveva visto per caso la foto della Ferrari 125 S; era in assoluto la prima auto da corsa con il nome Ferrari, costruita dall’Auto Avio Costruzioni a Modena nella sede della Scuderia Ferrari. Era l’anno 1947. Era il tempo in cui il poeta Alfonso Gatto scriveva: «…Definiamola pure “rossa” questa Emilia ormai salutata dalla luce di un mondo che sorge. È il colore del sereno». E sarà proprio cosi: il rosso, il colore che ci renderà unici e famosi nel mondo e «La Rossa» sarà il mitico bolide che, cavalcando il cavallino rampante, diventerà leggenda e l’auto che renderà Modena capitale mondiale dell’automobilismo… Il rosso, quel colore infuocato che a soli 10 anni aveva fatto innamorare perdutamente Jacopo. Alla vista della Ferrari 125 S, aveva provato un’emozione così forte che il suo piccolo cuore aveva saltato un battito. Nelle sue fantasie di bambino immaginava i piloti come degli eroi di un mondo nuovo che non avevano nulla da invidiare ai Moschettieri di Dumas, solo che in mano tenevano un volante anziché la spada, solo che non viaggiavano in sella ad un cavallo in carne ed ossa, ma in groppa a cavalli meccanici terribilmente potenti. «Devo riuscire a realizzare il mio sogno, nonna,» diceva «perché soltanto così potrò correre più forte delle bombe se dovessi trovarmi invischiato in un’altra guerra inutile. Perché c’è un rumore che continua a risuonare ancora nelle mie orecchie. Se chiudo gli occhi riesco ancora a sentirlo nitidamente. È qualcosa di terrificante.»
Poi quel giorno la campanella annuncia la fine delle lezioni e il bidello spalanca il portone della scuola. Ecco Jacopo che corre incontro alla nonna. Un lembo stropicciato di camicia gli esce da sotto il maglione, i pantaloni chiari sono un mosaico di macchie; sembra un piccolo guerriero sopravvissuto a una lotta a corpo a corpo. Alla sua età i bambini hanno una tale quantità di energia da spendere e una tale immaginazione! Sono ormai a casa quando un manifesto attira l’attenzione di Jacopo. Una freccia rossa avvolge l’Italia e riporta indicato il percorso della «Mille Miglia», la leggendaria corsa automobilistica che si sarebbe svolta nel mese di maggio, il più bel regalo di compleanno di Jacopo, nato proprio nel mese di maggio.
“Mille Miglia”, scriveva Giuseppe Tonelli «qualcosa di non definito, di fuori dal naturale, che ricorda le vecchie fiabe che da ragazzi ascoltavamo avidamente, storie di fate, di maghi dagli stivali, di orizzonti sconfinati. Mille Miglia, suggestiva frase che indica oggi il progresso dei mezzi e l’audacia degli uomini. Corsa pazza, estenuante, senza soste, per campagne e città, sui monti e in riva al mare, di giorno e di notte. Nastri stradali che si snodano sotto le rombanti macchine, occhi che non si chiudono nel sonno, volti che non tremano, piloti dai nervi di acciaio».
Poche e sintetiche le informazioni sulla corsa considerata la più importante del mondo, perché all’epoca non esistevano né internet, né i cellulari, e ci si doveva arrangiare per recuperare le notizie, ma una cosa era certa: per nessuna ragione al mondo Jacopo e la nonna sarebbero mancati all’appuntamento per ammirare la competizione su strada dei migliori piloti italiani, come Nuvolari, Varzi, Fangio, Cortese, Biondetti, che sarebbero transitati proprio per Modena il 5 maggio 1948.
Il fascino della Mille Miglia era indescrivibile, tanto che per godersi lo spettacolo di questa corsa, c’era chi arrivava ad arrampicarsi sulle impalcature degli stabili in Via Emilia e chi si arrangiava come poteva salendo sulle spalle del papà o dell’amico. I più ingegnosi che se lo potevano permettere ricorrevano addirittura alla scala telescopica per potersi godere l’evento della corsa in solitaria, senza sgomitare in mezzo alla ressa. Jacopo e la nonna invece, sprezzanti del pericolo, si confondevano nella calca degli spettatori: «Quant’è bello assaporare un’emozione da pochi metri!» diceva Jacopo. Un’ emozione glamour, che cosa conta la razionalità se è dominata dall’immaginazione! Perché Jacopo era testardo, sicuro di sé, passionale nelle cose che faceva: la piccola copia esatta di sua nonna. In tutto e per tutto come lei, tranne forse che per quella particolare attitudine a perdersi tra le nuvole, ad astrarsi in un mondo tutto suo.
È domenica, tutti gli appassionati delle auto da corsa sono in trepida attesa per vivere lo spettacolo fatto di rombi, accelerazioni, frenate e odore dei gas di scarico. Ad un tratto lo squillo prolungato della tromba del Patronatino richiama l’attenzione del pubblico, improvvisamente cala il silenzio, tutto sembra arrestarsi in una specie di quiete imbalsamata, mentre gli sguardi si concentrano sulla curva all’altezza del Monumento dei Caduti in Guerra per il sopraggiungere delle auto da corsa. Le automobili passano nei larghi, polverosi e non ancora asfaltati viali di quella che allora era la circonvallazione, tra l’entusiasmo della gente. Pochi giorni dopo la conclusione della gara, Jacopo saprà che la Ferrari 166 S guidata da Clemente Biondetti ha tagliato il traguardo a Brescia, aggiudicandosi il primo posto della Mille Miglia del 4 e 5 maggio 1948.
«Nonna, ho saputo chi ha vinto la corsa domenica, ha vinto la Ferrari 166 S, proprio lei, una dominatrice incontrastata del tempo e dello spazio!!! Nonna, devo darti un’altra bellissima notizia: l’area praticamente all’ombra della Ghirlandina è stata destinata alla costruzione di un vero e proprio autodromo dotato anche di una pista di aviazione.»
E sarà proprio così, quel circuito modenese progettato nel 1948, unico nel suo genere in Europa, che verrà chiamato la «piccola Indianapolis» per la totale visibilità dell’intero percorso delle gare dei bolidi, avrebbe garantito uno spettacolo avvincente e avrebbe reso Modena il principale centro automobilistico sportivo nazionale ed internazionale.
«Nonna, tutti possono raccontare una storia che assomiglia ad un sogno, ma io voglio che il mio sogno diventi una leggenda!»
«Jacopo,» dice la nonna «per fare il pilota ci vuole talento e tu sei ancora piccolo, e comunque bisogna sapere aspettare, perché l’attesa non è tempo sprecato, ma un’occasione preziosa per prepararsi a ciò che verrà. Perché niente è scontato, ogni cosa deve essere ridotta all’essenza e richiede un giusto tempo di attesa, così come per i frutti della terra, così per la tua decisione. Nel frattempo studia la Costituzione!»
Riapro gli occhi, la nonna aveva ragione! Insieme a lei ho vissuto quegli avvenimenti come un’esperienza centrale della mia adolescenza, l’emozione più grande, dalla quale è nata la passione che ha segnato il mio destino e così è iniziato il romanzo della mia vita.
Oggi sono un ingegnere meccanico che progetta le auto da corsa, così ho realizzato il mio sogno fatto di un bisogno di vera e pura velocità, della ricerca del limite, dell’adrenalina che soltanto un motore montato sul suo mezzo può donarmi. Oggi vedere sfrecciare la Ferrari tra le curve strette del circuito di Fiorano significa acciuffare per la coda il passato che non passa.
E allora, ritornando al mio passato, mi ritorna in mente la lezione della maestra sulla Costituzione, quella sorta di libretto di istruzioni del «gioco» dei rapporti e delle relazioni con gli altri. È dunque nel rispetto della Costituzione che ognuno ha provato emozioni e passioni, che ha deciso e fatto scelte precise, così è stato per Enzo Ferrari, così è stato per me.
C’è qualcosa, il filo indistruttibile di un sentimento che ci lega… Ma…
SIAMO NATI ANCHE PER SOGNARE…•